Cos'è il Counselling

Tra scienza ed ermeneutica:
un’analisi critica del naturalismo scientifico in psicotrerapia e vie di uscita
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Introduzione

Nel primo capitolo è stato affrontato, in termini generali, la natura della concezione della persona, evdenziando la distinzione tra epistemologia e metodologia. I due concetti bene distinti, hanno permesso di creare terreno condiviso nella concezione dell’unicit e non unicit della persona.
In questo capitolo, ancora come introduzione generale, prima di iniziare l’analisi dettagliata della definizione e dell’osservazione del Sé, viene fatto un tentativo di presentare una visione critica della scienza, per poterne apprezzare l’utilit nello studio dell’uomo e per coglierne i punti deboli e lacunosi che richiedono una concezione di scienza che superi le strettoie procustee dell’empirismo positivo e dei suoi assunti naturalistici. Sembra urgente che, nello studio dell’uomo, gli orizzonti per le analisi e le sintesi sigjnificative della situazione umana, rimangano ampi e capaci di adeguarsi alla complessit che la situazione umana merita, usufruendo della ricchezza dell’approccio legato ai segni del razionalismo empirico e allo stesso tempo usufruendo pienamente della ricchezza creativa del simbolo nel leggere l’essere umano. Quasi certamente nessun psicologo desidera identificarsi con il bandito Procuste, che permetteva ai pellegrini di recarsi ad Atene incolumi se la loro corporatura combaciava con la lunghezza del letto su quale li stendeva, con adeguate riduzioni della loro statura o appropriate trazioni per farli diventare lunghi tanto quanto lo richiedeva lo standard deciso dal bandito per essere degni di proseguire verso Atene.

La crisi epistemologica degli psicoterapeuti

I terapeuti e i ricercatori odierni, in ambito psicoterapeutico, stanno attraversando un periodo di crisi rispetto alla loro competenza creativa e come studiosi e sostenitori della complessit dell’essere umano. Essi tendono sempre di più ad adeguarsi a modi di concepire e di trovare soluzioni che soddisfano strutture di comprensione precostruite piuttosto che inventare modi di conoscere che apprezzano la complessit della persona come sistema aperto. Sono meno disponibili ad accogliere soluzioni che rispettano l’inventiva e la creativit umana.
Un gran numero di terapeuti e di ricercatori ha spostato l’attenzione dal pensiero creativo e dalla libera indagine della personalit nella direzione della mentalit che Bergin (1997) chiama “adesione alla linea di base?. In anni recenti diverse forze di natura economica, medica e scientifica hanno trasformato gli psicoterapeuti in “esperti di taglio di torte? e i ricercatori in “schiavi meccanici? (Bergin, p. 83 e p. 85). Tali forze hanno limitato i professionisti della salute nel pensiero creativo e critico che li ha sempre contraddistinti.
Molte persone vedono i nuovi limiti e le nuove costrizioni come tendenze positive. L’uso di tecniche manualizzate, di diagnosi standardizzate e di convalide scientifiche sono visti come segni di progresso quando si fanno confronti con la medicina (APA, 1995; Messer, 2001).
Uno dei vantaggi di fondo dell’orientamento tecnico sarebbe quello di rendere gli psicoterapeuti più responsabili economicamente. Ma ciò pone un problema grave, secondo Slife (2003, p. 44): il problema che la coda economica e medica muova il cane della psicoterapia, anziché il contrario. L’aspettativa degli psicoterapeuti è che i ricercatori empirici dovrebbero aiutare a valutare criticamente i suddetti limiti e costrizioni di natura economica, medica e scientifica, ma i ricercatori stessi sono imprigionati, in quanto gli studi empirici da soli non possono risolvere i problemi teorici, filosofici ed etici in cui sono immerse le loro indagini.
E’ urgente affrontare importanti problemi di natura teorica e filosofica di fronte alle tendenze attuali in ambito psicoterapeutico. Numerosi studiosi hanno preso atto dell’impatto che hanno sulla psicoterapia la terna economica, medica e scientifica, ma relativamente pochi psicoterapeuti e studiosi hanno lucida coscienza della filosofia che guida la suddetta triade: il naturalismo.
Di fronte alla coda economica, medica e scientifica e la sua tendenza oggi a muovere il cane della psicoterapia, è necessario avere una accezione ampia del concetto di teoria. Spesso essa è vista in modo limitato, solo in riferimento al metodo: come speculazione che giustifica le ipotesi da testare o come risultato logico dell’osservazione sistematica. Questa concezione, per quanto importante, è estremamente ristretta e non rende la teoria capace di assumere il ruolo critico che le spetta in ambito psicoterapeutico.
Il metodo scientifico tradizionale fa parte della visione naturalistica; per questo è uno dei fattori della triade che richiede analisi. Se la teoria porta o trae origine da questo metodo come può valutare criticamente il metodo? La teoria è stata vista in termini più ampi, non limitata al metodo, in termini implicanti la filosofia della disciplina, cioè i suoi assunti e i suoi valori fondanti. E’ segno di scienza lo studio e l’analisi in tutte le sue forme. Lo scienziato non si limita all’investigazione empirica. Se gli assunti e i valori usati per comprendere un fenomeno diventano problematici, lo scienziato creativo incomincer ad analizzare tali assunti e valori. Un esempio di approccio creativo in tale direzione è l’analisi teorica di Einstein del concetto teorico newtoniano di Tempo Assoluto.

Importanza e conseguenze di una visione teorica ampia

Una visione teorica ampia, in ambito psicoterapeutico, ha un grosso valore perché permette di analizzare e dare significato a ciò che avviene nella psicoterapia e ha conseguenze che meritano seria considerazione.
Tutti i sistemi di pensiero poggiano su assunti di base, cioè hanno punti di vista, non sempre esplicitati, che permettono al sistema di funzionare. Ciò significa che anche gli attuali modelli psicoterapeutici, medici ed economici sottendono assunti impliciti spesso non esaminati criticamente.
Il metodo scientifico, in passato, è stato considerato libero da punti di vista che potevano distorcere i suoi risultati. Si pensava che eventuali assunti e distorsioni dei ricercatori si potevano eliminare mediante controlli sperimentali e misurazioni precise. Ma alla base di tali metodi ci sono degli assunti che meritano attenta analisi critica.
Uno degli aspetti critici, per nulla secondario, di tali assunti nel metodo è che la teoria non può dipendere dal metodo. Se il metodo poggia su degli assunti, allora la teoria deve essere in grado di osservare il metodo per studiare ed esaminare gli assunti, allo scopo di scoprire se sono appropriati, come influenzano i risultati, come possono impedire la comprensione dei fenomeni studiati. Se non si facesse tale analisi, gli assunti potrebbero ostacolare lo studio scientifico a causa della presenza di significati che potrebbero annullare il senso delle procedure empiriche e i relativi risultati.
Un’analisi attenta delle attuali tendenze in ambito psicoterapeutico indica che esse sottendono il naturalismo come filosofia di base. Pertanto occorre capire quali siano gli assunti condivisi da tale filosofia e se essi si adattano alla situazione umana, dato che la psicoterapia riguarda interventi i cui protagonisti sono esseri umani reattivi e non oggetti inanimati privi di potere creativo.
Il naturalismo si fonda sull’assunto che i principi e le leggi naturali stiano alla base degli eventi della natura, compresi il corpo umano e la mente (es. Viney & King, 1998). Secondo i sostenitori del naturalismo, tali leggi esisterebbero, ma non sarebbero necessariamente gi note o scoperte. E’ provocatorio considerare questa unica filosofia la conclusione di un’analisi teoretica, perché le scienze sociali sono note per la loro pluralit teoretica e per la molteplicit dei loro assunti e delle loro filosofie.
In anni recenti tale molteplicit è diminuita per far spazio, in ambito psicoterapeutico, ai vantaggi legati alla scienza moderna e alla medicina, in ossequenza al naturalismo, che è diventato il dogma centrale della scienza. Poiché la psicoterapia si è avvicinata a tale dogma, sono state escluse numerose opzioni e scelte cliniche che una volta venivano esplorate. Le teorie e i metodi formali della psicoterapia sono stati avvolti dal dogma del naturalismo, anche se la pratica psicoterapeutica informale ha continuato per la sua strada con molta maggiore molteplicit di assunti e di filosofie guida di quanto sembri immediatamente, con la conseguenza che molti psicoterapeuti sperimentano uno scollamento tra la pratica formale e quella informale (Richardson, et al., 1999). In altri termini, molti psicoterapeuti procedono sulla base di intuizioni dettate dallo sperimentare e prendono in esame un ricco contesto clinico, che li porta a fare scelte operative che non sono dettate da una teoria formale. Questo è congruente con il fatto che molte scoperte scientifiche avvengono nonostante e a dispetto delle conoscenze scientifiche gi esistenti (Feyerabend, 1975). Un esempio di questo modo di procedere informale è offerto dalle scoperte fatte dal medico viennese Simmelweis a met del diciannovesimo secolo: egli intuì la presenza di infezioni (materiale cadaverico) senza avere le informazioni sulla natura delle infezioni, che arrivarono molti anni dopo grazie alle scoperte di Pasteur. Egli riuscì a far scendere le morti delle puerpere da 12% a 2%. Ma nonostante il successo della sua intuizione creativa, non solo non venne capito ma fu anche boicottato, perché il suo pensiero era in contrasto con l’allora vigente teoria dominante della malattia come decadimento cellulare piuttosto che come conseguenza di infezioni.

Gli assunti dell’approccio naturalistico

La comprensione del naturalismo, e dei limiti che può porre in ambito psicoterapeutico, può essere facilitata se si tengono presenti cinque assunti distinti che costituiscono il quadro di riferimento dell’attuale dominante cultura naturalistica della psicoterapia (Slife, 2003): I cinque assunti sono: 1. L’oggettivismo 2. Il materialismo 3. L’atomismo 4. L’edonismo 5. L’universalismo
L’oggettivismo si fonda sull’assunto che la logica riguardante i metodi e le tecniche della scienza siano relativamente indipendenti da sistematiche distorsioni e dai valori. Il materialismo sostiene che in ultima analisi si potr dimostrare che la maggior parte dei disturbi psicologici hanno una base osservabile e biologica. L’edonismo sostiene che lo scopo principale della vita (della psicoterapia) sia qualche forma di felicit , di soddisfazione o di benessere. L’atomismo sostiene che le condizioni psicologiche delle persone siano contenute nel sé e pertanto l’unit di base della psicoterapia sia l’individuo. L’universalismo sostiene che le conoscenze vere e i metodi validi non cambino nel tempo e nello spazio in ambito psicoterapico e scientifico; pertanto per tutti e cinque gli assunti le condizioni non dipenderebbero dal contesto e dalla situazione

L’Oggettivismo

L’oggettivismo implica, di solito, assenza di distorsioni e limitazioni concettuali. In realt , invece, non solo pone limiti all’innovazione e ai valori della psicoterapia, ma favorisce strategie oggettiviste nella psicoterapia, come l’eclettismo tecnico e i trattamenti empiricamente convalidati. In ultima analisi, l’oggettivismo studia gli oggetti esterni alla mente e trascura il soggettivo. L’oggettivismo vede la scienza come strumento principe del suo operare, perché offre un metodo ideale trasparente e libero da valori che non influenzano i risultati esaminati. Con ciò non si vuole affermare che il metodo scientifico non sia condizionato dai valori, ma deve puntare verso l’obiettivo di essere indipendente dai valori (es. Borkovec & Castonguay, 1998).
L’oggettivismo sostiene che è libero da valori, grazie all’empirismo e al razionalismo (Slife & William, 1995). La validazione si fonda sul ragionamento rigoroso (razionalismo) e sui fatti puri e semplici (empirismo). Il ragionamento rigoroso e i fatti non sarebbero soggettivi, perché non cadono sotto il controllo di quelli che detengono il potere. Gli psicologi che abbracciano in modo acritico l’oggettivismo scientifico ritengono che i valori e le distorsioni vadano controllati o misurati, piuttosto che lasciati agire come parte imprescindibile del metodo stesso. Molti ricercatori in ambito piscoterapeutico si sono messi a fare ricerche di esito con la convinzione che il metodo da loro usato non influisca sugli esiti. Implicitamente tali ricercatori, con una certa ingenuit , sostengono che cercare la chiave di casa solo sotto il lampione (entro i limiti del metodo scientifico) significhi che la chiave non possa essere trovata in qualche altro angolo della piazza, dove potrebbe essere stata effettivamente perduta e che possa non trovarsi sul terreno che il lampione illumina.
Un aspetto che contraddistingue la ricerca fatta sotto l’egida dell’oggettivismo è l’incapacit di vedere che la logica del metodo scientifico favorisce alcuni modi di fare psicoterapia, quelli di cercare sotto il lampione, rispetto ad altri modi, quelli di cercare la chiave dove effettivamente è stata perduta, non necessariamente sotto il lampione.
Le conseguenze di tale cecit sono fonte di gravi discriminazioni. Sono favorite le terapie empiricamente convalidate (quelle che cercano sotto il lampione) che alcuni ricercatori ritengono anche essere quelle eticamente più valide. La filosofia della scienza odierna ha messo in dubbio la neutralit e l’oggettivit del metodo scientifico, perché è diventato evidente che la formulazione di qualsiasi metodo deve presupporre, prima di intervenire, l’esistenza del mondo nel quale il metodo funziona. Con l’oggettivismo si parte con la precognizione che gli assunti del metodo siano gi validi, che la chiave sia stata persa sotto il lampione.

Problemi in ambito Oggettivista. Ha valore nella scienza ciò che è osservabile e ciò che può essere osservato nuovamente (replicabile). Ma nella scienza questi non sono gli unici valori importanti. Altri modi di formulare la scienza sostengono valori diversi, come ad esempio quelli della ricerca qualitativa, che potrebbero riconoscere i valori spirituali. La loro non accettazione da parte della tradizione scientifica è solo un’opinione, perché non è avvallata da un confronto empirico. Non sappiamo se i valori presupposti dall’approccio naturalistico, validi per il mondo inanimato, valgano anche per il mondo animato e culturale. Ad esempio gli psicoterapeuti esistenziali non ritengono validi gli assunti dell’oggettivismo. Studiosi molto noti come Irving Yalom (1980) mettono in dubbio che quanto è osservabile costituisca ciò che è importante per gli esistenzialisti. Ma se questi modelli non soddisfano i criteri della scienza, allora sono invalidi a priori! Non sono validi, non per non conferma scientifica, ma a causa degli assunti su cui si basa la scienza tradizionale.
Può essere solo una coincidenza che il gruppo di lavoro EST (Experimentally Supported Therapies) abbia trovato che i modelli cognitivo-comportamentali siano rientrati nei modelli confermati perché sono modelli che hanno gli stessi assunti non dimostrati della scienza tradizionale (Slife, Williams, 1995). Dei 22 modelli riconosciuti EST, 19 sono di orientamento comportamentista e dei 7 probabilmente confermati 6 sono di orientamento comportamentista (Division 12 Task Force, 1996). I 27 trattamenti aggiuntivi di interventi validi, 22 sono di orientamento comportamentista. Il risultato può essere solo un effetto di distorsione sistematica piuttosto che di effettiva efficacia.
Nella ricerca la presenza di valori è inevitabile; ciò è ancora più vero per la psicoterapia. Ciò è stato compreso dalla ricerca qualitativa nella quale non si eliminano, non si minimizzano nè si sospendono i valori; si cerca, invece, di rimanere aperti sui valori (metodologici o teorici) che danno significato ai fenomeni sotto esame.
Se la scienza tradizionale non è neutra, occorre spiegare perché così tanti psicoterapeuti sono abbagliati dall’oggettivismo. Una spiegazione è che molti studiosi sono sensibili all’abuso dei valori e nel periodo illuministico si cercò di rimediare ricorrendo ad un metodo nel quale non ci fossero più i valori, la scienza tradizionale (Polkinghorne, 1990). Nel contesto europeo si ritiene che il correttivo non solo abbia ignorato la presenza di valori in qualsiasi metodo, ma che tale correttivo abbia buttato via il bambino con l’acqua sporca, i valori, anziché correggere l’abuso dei valori.

Il materialismo

Nel materialismo ciò che conta è la materia, che di per sé non include i costrutti non tangibili. Li affronta mediante le cosiddette definizioni operative. Ma c’è una forte spinta verso la soluzione dei disturbi psichici in termini prevalentemente biologici e prescrizione di farmaci, con una implicita convinzione che l’aspetto psicologico sia riducibile al biologico, al materiale; solo le esperienze sensoriali possono essere conosciute (empirismo) e pertanto solo le cose materiali tangibili e visibili possono essere oggetto di sapere (materialismo). I costrutti intangibili e non osservabili (es. la motivazione) devono essere operazionalizzati, trasformati in cose materiali tangibili, in comportamenti.
L’influsso del materialismo ha spinto verso la biologizzazione della psicoterapia (Williams, 2001, p. 51). Questo significa un graduale distanziamento da concettualizzazioni del passato, come quella del doppio legame come spiegazione della schizofrenia. Inoltre gli psicologi di oltremare hanno incominciato a richiedere la possibilit di dare loro stessi dei farmaci e così adeguarsi alla “efficienza? medica anche quando la soluzione duratura e responsabile potrebbe essere ben altra, dopo un’iniziale intevento farmacologico di emergenza desiderabile e anche necessario.
Il materialismo ha anche influito sulla gestione economica della psicoterapia. E’ diventato importante dare peso agli interventi medici e a trattamenti psicologici che sono i “migliori? perché veloci ed efficaci, con la graduale quasi eliminazione degli interventi a lungo termine. In ultima analisi tutte le varianti del materialismo, come la biologizzazione medica, l’operazionalizzazione scientifica e l’accumulo di beni materiali, hanno insieme influito sulla tendenza materialistica della odierna psicoterapia.
Il successo delle scienze naturali ha contribuito fortemente alla percezione che solo il loro metodo era promettente e andava adottato anche in ambito psicoterapeutico, impedendo, a livello politico e di concessione di fondi, la ricerca atta ad esaminare la problematicit della concezione materialistica nell’ambito delle scienze sociali. In tali scienze si studiano le relazioni, che non sono materiali, che non possono essere osservate, e si sa quanto esse siano importanti nella famiglia e nella psicoterapia. La non materialit dei contenuti della psicoterapia spiega anche il perché dell’adozione così facile dell’operazionalismo: ha permesso alle scienze sociali di inserirsi nel metodo scientifico. Ma ciò ha portato allo studio delle manifestazioni dei fenomeni, non dei fenomeni stessi. La ricerca sull’amore non è in effetti ricerca sull’amore in sé, ma delle sue manifestazioni. Per questo Sternberg (1998) prese le distanze dal materialismo nello studio dell’amore e si mosse verso metodi non materialistici, verso metodi narrativi.
Nelle operazionalizzazioni non si è mai certi che le manifestazioni operazionalizzate siano manifestazioni dei concetti operazionalizzati. Le operazionalizzazioni non hanno una relazione necessaria con il fenomeno operazionalizzato: sono solo ipotesi. Ci possono essere abbracci senza amore e amore senza abbracci. La relazione tra il costrutto (es. l’amore) e la sua operazionalizzazione (es. l’abbraccio) non è mai empiricamente testata, perché l’empirismo richiede che tale relazione sia definita teoricamente prima di testarla. Qualsiasi fenomeno non materiale delle scienze sociali può essere operazionalizzato anche in termini di fattori neurologici o biochimici (fattori ormonali, livelli di serotonina), vedi Scilligo (2003), ma i problemi di operazionalizzazione non cambiano neppure in questi casi: non sappamo che relazione esiste tra il sostrato biochimico e il fenomeno, ad esempio il concetto amore. Non sappiamo neppure se c’è una relazione, perché l’operazionalizzazione è specificata prima dell’investigazione. La filosofia materialistica complica ulteriormente i problemi dell’operazionalizzazione. Poiché la base biologica è spesso ritenuta (prima dello studio) la “causa? della “manifestazione? comportamentale o cognitiva (l’assunto del materialismo) molti ricercatori dimenticano che si tratta di un processo di operazionalizzazione di un fenomeno non materiale. Ritengono invece che si tratti di un processo di identificazione della base materiale del fenomeno sotto esame (materialismo). Confondono il processo dell’operazionalizzazione, che non richiede nessuna base o causa, con il processo di identificazione, che suppone (attraverso il materialismo) che la causa o la base sia materiale. L’inferenza è problematica e non si può confondere l’operazionalizzazione con l’identificazione.
Un noto neuroscinziato, Valenstein (1998), fa notare come in molti casi la “correlazione? biologica viene letta automaticamente come causa; ma conclude dicendo che nessuno ha la presunzione di affermare che portare l’ombrello provoca la pioggia, anche se portare l’ombrello ha una elevata correlazione con la pioggia. Afferma ancora che lo stato mentale e l’esperienza della persona possono modificare il cervello tanto quanto il cervello può modificare lo stato mentale e l’esperienza della persona.
Va tenuto presente che la problematicit dell’inferenza materialistica non annulla l’importanza dei correlati biologici nella psicoterapia, ma richiede cautela per non cadere nella trappola di fare inferenze causali e inferenze di causa sufficiente. Valenstein (1998), dopo un’attenta disamina della letteratura della ricerca con assunti materialistici conclude: “..questa teoria che orienta molta pratica clinica e i nostri sforzi di ricerca, non è convalidata da prove e potrebbe benissimo essere sbagliata. Tuttavia per ragioni che hanno poco a che vedere con la scienza, la teoria è mantenuta fermamente? (p. 241). In maniera ancora più forte Williams (2001) afferma: “Non esistono prove che anche un solo comportamento significativo, direzionato e telico sia mai derivato da uno stato fisiologico? (p. 60). Valenstein e Williams non vanno letti in modo errato. Nessuno dei due afferma che i processi cerebrali e neuronali siano irrilevanti per il lavoro terapeutico, neppure affermano che non ci siano correlazioni dirette tra il cervello e i risultati psicologici, come nel caso di danni cerebrali. Ciò che affermano è che appropriati dati biologici possono essere spiegati in modi che non richiedono la visione materialistica. Il nostro stato biologico è una condizione necessaria per tutti i comportamenti, ma necessario significa che occorrono altre condizioni necessarie e che il biologico non è spiegazione sufficiente; sono importanti altri fattori, ad esempio quelli culturali. Altri fattori possono contare, che non sono materiali.
Un risvolto da tener presente, con estrema attenzione critica, è che la ricerca ad orientamento materialistico ha dato man forte agli assunti materialistici del potere economico, a scapito di un’attenzione agli interessi di base per i clienti negli interventi della salute managerializzata, che impone di mettere i pazienti sul letto di procuste dei parametri di una filosofia non testata.

Alternative al Materialismo. Accettare il materialismo implica accettare che il sostrato biologico non solo è necessario, ma anche sufficiente, per spiegare e intervenire nelle difficolt psicologiche. Un’alternativa è pensare che i fattori biologici sono necessari, ma non sufficienti. “L’espressione completa dell’esperienza umana…mi spinge oltre gli stretti confini scientifici? (William James, 1902).
Prendere in considerazione fattori materiali e non materiali implica accettare una metafisica alternativa, l’approccio olistico (es. Bohm, 1980). L’olismo parte dall’assunto che l’organismo nella sua totalit ha bisogno del biologico materiale, come una delle condizioni necessarie del comportamento; vanno tenute presenti molte altre condizioni. Di fatto molti ricercatori che hanno un orientamento materialistico, non escludono la necessit della presenza di altre condizioni oltre a quelle biologiche, ma queste non sono affermate esplicitamente. Il fatto che esse siano tenute presenti, implica che l’aspetto materiale è importante ed è solo una delle condizioni del comportamento. Esiste non poca ricerca empirica sulla spiritualit e sul concetto dell’uomo come agente (es. Rychlack, 1988; 1994) che indica come i fattori non materiali vadano tenuti presenti. Va ribadito che la presenza di forze spirituali come condizione necessaria è incompatibile con l’assunto che la concezione materialista sia sufficiente, ma non è incompatibile con l’assunto che sia condizione necessaria insieme a tali forze.

L’edonismo

L’assunto di base dell’edonismo è che l’essere umano si muova secondo principi edonistici simili a quelli che mantengono in vita la specie: ricerca del piacere e fuga dal dolore, come condizione di base per la sopravvivenza della specie. L’assunto non esclude che l’essere umano sia capace di rispettare dei limiti etici.
Il principio del piacere è ampiamente condiviso dalla psicoanalisi, che ha alla base il Principio del Piacere, e dal comportamentismo. Anche gli orientamenti teorici che storicamente hanno preso una posizione critica di fronte al principio generale dell’edonismo, come gli umanisti e i cognitivisti, in ultima analisi accettano versioni particolari di edonismo. Rogers (1951) afferma che “i bisogni e le tensioni del momento sono ciò che l’organismo cerca di ridurre e di soddisfare…non esistono altri conportamenti se non quello di soddisfare i bisogni del momento?. Anche altri umanisti, come Maslow (1970), sono interessati alla crescita, all’attualizzazione di sé, che in ultima analisi significa trovare benefici per sé.
Anche i cognitivisti sono presi dai vantaggi per il sé, come dedicarsi ad attivit che producano piacere. Dicono Beck, Rush, Shaw & Emery (1979): “Lo scopo della terapia cognitiva è di dar sollievo allo stress emozionale e agli altri sintomi di depressione?. Gli schemi cognitivi si sarebbero evoluti come modalit di base per affrontare i bisogni dell’organismo.
Gli psicologi potrebbero mettere in dubbio se tali principi siano quelli che guidano l’individuo sempre. Ma né Freud né altri hanno affermato che il principio edonistico ci influenzi quasi sempre. Nonostante versioni diverse del principio del piacere, in ultima analisi non ci sono limiti temporali per la motivazione orientata alla soddisfaizione di sé, e non si intravedono spiegazioni per le occasioni nelle quali gli esseri umani non siano interessati a vantaggi per se stessi.
In generale gli piscoterapeuti odierni accettano, spesso senza spiegazioni, l’idea che lo scopo ultimo della vita sia il benessere e la felicit . Dalla prospettiva psicologica persino la religione e Dio sono strumenti edonistici (es. Emmons, 1999). Simili concezioni si trovano anche nel mondo economico, nel quale prevalgono concezioni egoistiche.
Se si accetta il principio generale che l’essere umano è per natura edonistico, allora anche gli psicoterapeuti agiscono per interesse personale, sono edonisti. Questa sarebbe una delle ragioni per cui l’attivit psicoterpeutica dovrebbe essere “gestita?, per limitare le tendenze edonistiche. Nella cura managerializzata gli interessi edonoistici devono essere sempre monitorizzati, altrimenti le persone e gli enti che curano tendono a massimizzare i propri vantaggi economici.
Diversi psicoterapeuti hanno difficolt ad accettare la visione edonistica descritta. Si considerano almeno altruisti. Ma nelle teorie formali che guidano la psicologia odierna non c’è posto per l’altruismo. Per fare spazio ad esso occorre una revisione dei principi di base dell’edonismo, perché esso è un assunto che sta alla radice delle concezioni odierne. Se il principio dell’edonismo davvero è accettato, allora nessuno può sacrificarsi per l’altro. Avrebbe ragione Freud, il quale sosteneva che con la religione gli individui adorerebbero Dio solo per interesse personale, ma ciò, ovviamente, non sarebbe adorazione. Molti hanno affrontato il problema ricorrendo al vantaggio reciproco: il terapeuta d il tempo e il cliente d i soldi. Tuttavia il principio della reciprocit non riesce a spiegare l’orientamento di base del servizio verso gli altri e neppure spiega un principio etico, ampiamente sostenuto dai codici etici, che richiedono che lo psicoterapeuta agisca negli interessi dei suoi clienti a prescindere dai propri vantaggi (es. codice etico dell’APA, 1992).
Il naturalismo è così endemico nelle scienze sociali che l’altruismo per molti è spiegabile solo in termini edonistici (es. Beyers & Peterson, 2000). Un altruismo genuino, nel quale il beneficio ultimo è per l’altro, richiede notevoli riformulazioni della posizione naturalista, prima di tutto una revisione forte delle teorie delle scuole di terapia dominanti come la psicoanalisi, il comportamtismo, il cognitivismo e l’approccio umanistico. Ad esempio al posto dell’edonismo bisognerebbe mettere l’amore genuino per l’altro e per Dio. Diventerebbe importante non l’attualizzazione di sé, ma l’attualizzazione dell’altro. L’interesse dominante sarebbe il bene della comunit e non la propria carriera. Genuino altruismo darebbe significato diverso al dolore e alla sofferenza.
In ultima analisi, ancora oggi vale quanto affermò Jerome Frank (1978): la psicoterapia oggi non ha spazio per “il potere redentivo della sofferenza, l’accettazione del proprio destino nella vita, l’adesione alla tradizione, all’autolimitazione e alla moderazione? (p. 6-7).

Alternative all’Edonismo. L’altruismo genuino troverebbe spazio per il dolore in sé e non in vista di una conclusione edonistica personale. La depressione ed altre sofferenze comuni nella psicoterapia avrebbero significato e scopo in se stesse e non in vista di una necessaria loro eliminazione. Un orientamento potrebbe essere, in terapia, non il proprio benessere, ma quello della comunit , come l’individuo serve la societ . Molti orientamenti religiosi sostengono che tale visione altruistica sia possibile (Slife e Calapp, 2000), ma molti scienziati sociali interpretano queste tradizioni di altruismo come aventi in ultima analisi di mira il proprio vantaggio senza capire minimamente i momenti di disperazione di persone come Madre Teresa.

L’Atomismo

L’atomismo implica l’idea che il mondo naturale sia costituito da “atomi? autosufficienti, ognuno con le sue propriet e qualit . Tutte le propriet e le qualit sono contenute dentro l’?atomo?. Ogni atomo deve esistere come elemento autosufficiente e solo dopo di ciò può interagire con gli altri atomi. Questa concezione è visibile, nella psicoterapia, nell’enfasi sulla diagnosi e il trattamento individuale.
Nelle scienze sociali gli individui autosufficienti sono visti come gli atomi delle comunit più ampie, che sono la somma di individui. Gli individui sono visti come unico risultato del loro passato e della loro specifica biochimica o qualche forma di interazione di tali elementi. Una delle conseguenze dell’atomismo è che ogni individuo è visto come unico ad esclusione di condivisioni nonostante l’unicit . In questo modo i clienti in psicoterapia dovrebbero essere capiti in relazione alla storia personale, ai bisogni personali e ai valori personali.
In ambito scientifico l’assunto di base è che la ricerca è fatta su entit individuali autocontenute e autosufficienti.
Gli assunti naturalistici dell’atomismo e dell’individualismo sono profondamente condivisi e costituiscono un serio problema. Un problema è l’intervento curativo: se ogni persona è unica, l’attenzione deve essere diretta ai singoli individui e gli interventi a livello di comunit sono visti come ripieghi meno efficaci.
Esiste scarsa conferma che le qualit individuali siano auto-contenute (Richardson et al., 1999). Molte qualit sono fortemente intrecciate con il contesto e con le persone nel contesto sociale. L’espandersi delle terapie della famiglia testimoniano la necessit di uscire dalla concezione atomistica. Il costruzionismo sociale ha battagliato molto con la concezione atomistica e ha verificato con ricerche interculturali l’etnocentrismo dell’individualismo (es. Gergen & Davis, 1985). E’ anche stato verificato che la concezione atomistica caratterizza la cultura del mondo occidentale.
Va tenuto presente che il costruzionismo sociale pecca di atomismo rovesciato: rischia di considerare le societ e le culture degli atomi autosufficienti. La concezione atomistica è anche alla base delle concezioni relativistiche che sostengono che nessun atomo deve essere privilegiato in relazione all’altro. Ma ciò avvalla l’idea che non esiste un quadro di valori condivisi, non esiste, ad esempio, il valore della sincerit e giustificherebbe che chi ha potere ha ragione. Che si debba lavorare all’interno del sistema di valori del paziente è gi in se stesso una scelta di valore. Allora quali criteri si possono usare per le scelte di valore? Il non relativista deve diventare relativista o rimanere fondamentalista? I terapeuti tipicamente cercano di rendere i loro pazienti più aperti e tolleranti. Su che basi empiriche lo fanno? La tendenza è di vedere i valori relativistici come universali, ma questa visione quasi assolutistica viola i valori del relativismo. Siamo di fronte a un paradosso.

Alternative all’atomismo. Un’alternativa all’atomismo è guardare agli individui come entit inserite in un contesto in modo che almeno alcune qualit vengano dal contesto, da fuori. Tale visione mette in crisi la posizione naturalistica. Nessuna delle variabili, che la scienza studia, è autocontenuta, ma òa scienza òe ritiene autocontenute. Le variabili sono comprensibili solo nella loro relazione reciproca e pertanto non possono essere isolate, ma la scienza le isola. La diagnosi e le misure di effetto, dalla prospettiva contestuale, dovrebbero essere relazionali, piuttosto che individuali e personali, e il trattamento ideale non dovrebbe essere individuale e autocontenuto, ma sistemico. Il sistema stesso a sua volta non dovrebbe essere autocontenuto ed assoluto, ma visto in relazione ad altri sistemi. In altri termini, ogni contesto va visto in termini di altri contesti. Gli individui e le culture non sono sistemi chiusi, ma aperti l’uno all’altro. Ciò mette in crisi la pratica che il terapeuta debba essere necessariamente della cultura di appartenenza del cliente, una conclusione che, nonostante le buone intenzioni, potrebbe essere fedele ad un valore della visione naturalistica, che i sistemi umani siano isolati e isolabili.

L’universalismo

L’universalismo aiuta a spiegare l’importanza data, dal punto di vista teorico, alla diagnosi standardizzata, alle tecniche manualizzate, al concetto di generalizzabilit , uniformit di procedure. La convinzione comune che la verit non cambia deriva dall’universalismo. L’universalismo deriva dalla tradizione greca che le cose fondamentali e naturali sono quelle che non cambiano. I greci sapevano che le cose fisiche cambiavano, ma le cose fondamentali erano metafisiche, andavano al di l del fisico, come i principi e le leggi. Le leggi naturali pertanto sarebbero metafisiche e relativamente universali.
Nelle scienze sociali, e anche in psicoterapia, si aspira ad avere leggi universali come guida. Ad esempio, Beck presuppone che tutte le persone abbiano una mente, Skinner suppone che il rinforzo valga per tutte le persone. L’universalismo è pertanto un fattore dominante nelle discipline che vogliono limitare al massimo la variabilit tra i professionisti attraverso procedure standardizzate e categorizzazioni. Vedi l’uso di tecniche manualizzate e le diagnosi standard del DSM-IV.
L’universalismo è giustificato solo se i clienti e i loro contesti sono uguali e costanti. Nel grado in cui almeno qualche volta i contesti e i clienti non sono uguali, le teorie universali non reggono più. Dal punto di vista scientifico ciò che non è generalizzabile non è scientifico e quindi non può far parte della pratica scientificamente convalidata. Eventi non ripetibili possono essere importanti per coloro che li sperimentano e tali eventi esistono. Ad esempio alcune esperienze spirituali o traumatiche capitano una sola volta e rimangono importanti anche se non ripetibili e non generalizzabili. L’approccio eclettico è un esempio di non accettazione del generalizzabile e dell’universale. La tendenza a moltiplicare le categorie classificatorie è un’altro esempio di difficolt di generalizzare. Questi sono esempi di accettazione di differenze, ma non hanno spazio per eventi unici. E’ assodato che gli interventi standardizzati (la ricerca manualizzata) non sono le cause più importanti del cambiamento nei pazienti (Lambert & Okiishi, 1995). Recenti constatazioni delle grosse differenze etniche, razziali e di genere suggeriscono estrema cautela nelle generalizzazioni (Fowers & Richardson, 1996). Non esistono manuali diagnostici diversi per diverse culture. Si suppone che il DSM-IV valga per tutte le culture e subculture. L’uso di universali spinge lo psicoterapeuta a focalizzarsi su ciò che è universale e ad ignorare lo specifico e ciò può indurre pregiudizio. L’uso di nomi categoriali rischia di patologizzare i clienti. Attraverso l’uso di test si può perdere molta informazione essenziale (Fischer, 2001). L’uso di procedure meccanicizzate riduce la creativit dello psicoterapeuta e tende ad alzare il livello di intervento tecnico e ad abbassare l’intervento professionistico.

Alternative all’universalismo. L’ermeneutica può aiutare a superare i limiti dell’universalismo. Nell’ermeneutica invece di andare alla caccia di costanze universali, si orienta l’attenzione verso le configurazioni che emergono dal cambiamento esperienziale (Bohman, 1993). Le configurazioni che emergono da contesti particolari possono valere anche per altri contesti, ma non possono essere elevati allo status di universalmente validi. Lo psicoterapeuta non può mai presumere che la stessa diagnosi per due persone significhi la stessa cosa. Ogni persona va presa nel suo contesto esperienziale, nonostante la presenza di indicatori generali simili. Lo psicoterapeuta deve essere preparato a cogliere il cambiamento in qualsiasi momento e in qualsiasi circostanza. L’adesione all’universalismo preclude tale cambiamento flessibile. La scoperta di configurazioni di cambiamento non va vista come scoperta di necessari universali, ma come possibilit o ipotesi da prendere in considerazione come guida, senza permettere che rendano lo psicoterapeuta cieco ermeneuticamente. Acquisisce importanza non più la scoperta di universali, ma la scoperta dei significati inerenti alle esperienze e ai comportamenti, capire i significati piuttosto che scoprire le dinamiche sottostanti al comportamento, capire le intenzioni e il modo di concretizzarle piuttosto che soddisfare i bisogni.

Conclusioni

E’ stata fatta una breve analisi degli assunti metafisici che guidano la ricerca scientifica e che tendono a dominare la pratica e la ricerca psicoterapeutica odierna. E’ stata fatta la constatazione che alla base dell’approccio scientifico ci sono degli assunti naturalistici indicati qui come oggettivismo, materialismo, edonismo, atomismo e universalismo. Tali principi rischiano di minare alla base l’intervento psicoterapeutico che per natura sua non è neutro rispetto ai valori, mentre la scienza ha l’illusione di essere neutra a causa del suo tentativo di lasciare fuori i valori come cura dell’abuso dei valori nella psicoterapia e in altri ambiti di analisi della situazione umana.
Da un lato viene ribadito che la neutralit scientifica è un’illusione perchè neppure la scienza è neutra e rischia di propinare valori di cui potrebbe avere meno coscienza di quanto sarebbe opportuno. Dall’altro viene evidenziato che gli assunti naturalistici, accettati acriticamente nella psicoterapia, espongono i professionisti ad una pratica nella quale si d importanza a principi che per natura loro minano alla base la qualit umana dell’intervento piscoterapeutico.
Non si tratta di eliminare l’intervento e la ricerca scientifica nella psicoterapia, ma è urgente cogliere i gravi pericoli di limitare l’ambito della ricchezza di intervento in un campo, quello della psicoterapia, che non può limitarsi al naturalismo. Si corrono rischi gravi di costruire una limitata gabbia di perfezione che tradisce la ricchezza degli approcci teorici nelle scienze dell’uomo, di limitare la possibilit di osservare la foresta a causa delle foglie. Va evitato il pericolo di accodarsi acriticamente alla scienza, alla medicina e all’economia e va accettata la sfida di far tesoro delle acquisizioni scientifiche per l’ambito entro il quale gli assunti sono validi, in quanto il naturalismo fa parte di criteri necessari per l’intevento terpaeutico ma che sono lontani dall’essere criteri sufficienti.
Gli interventi basati sugli assunti scientifici rischiano di sopravvalurare l’oggettivo alle spese del soggettivo, di abbandonarsi all’edonismo a scapito del diritto di essere trattati umanamente, di equiparare gli aspetti spirituali a quelli materiali, di ignorare che l’uomo è sociale e non è solo e certamente non prevalentemente una monade, e che l’unicit della persona non può essere sacrificata agli assunti dell’universalismo. Le suddette polarit vanno tenute presenti nella convinzione che la soluzione umana ha bisogno sempre di fare i conti con la dialettica del ying yang, della dialettica tra il soggettivo e l’oggettivo e tutte le altre polarit caratteristiche dell’agire umano.

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[1] Capitolo preso da Scilligo, P. (2005). La nuova sinfonia dei dei molti sé. Roma: LAS, pp. 25-40. I concetti portanti di questa trattazione sono presi da Slife, B. D. (2004). Theoretical challenges to therapy practice and research: The constraint of naturalism. In Michael J. Lambert (Ed.), Bergin and Garfield’s handbook of psychotherapy and behavior change, 5th edition. New York: Wiley, pp. 44-83.

 
 
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